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È arrivato il momento di rilanciare il progetto europeo

L’efficacia con cui l’Europa sta affrontando l’emergenza legata al diffondersi del CoVid-19 e l’impatto che questa sta avendo sull’economia e sulle nostre vite deve essere letta e interpretata nella giusta ottica.

Ci sono osservazioni e perplessità legittime, di cui parleremo, ma che non possono essere ridotte a un “via dall’Europa” di matrice sovranista che, oltre a suonare come un anacronismo, alla luce della complessità dei fenomeni globali e del necessario e indispensabile coordinamento sovranazionale nella gestione degli stessi, appare come una manifesta incapacità di comprendere che nessuno dei 27 Stati che compongono l’Unione Europea può rispondere da solo, con le proprie forze, a una emergenza così inaspettata ed estesa e che confidare in una “Italexit”, ancora più di ieri, significa confidare in una eutanasia economica, sociale e politica del Paese.

Fatta questa premessa, che mi pareva doverosa oggi che vedo sindaci – per fortuna pochi, quasi sempre leghisti – ammainare la bandiera europea –  proviamo a fissare qualche punto.

Molti osannano gli Stati Uniti per aver messo in campo 1000 miliardi di dollari per sostenere l’economia americana. Mille miliardi per 50 Stati, teniamolo bene a mente. La somma degli interventi messi in campo da tutti gli organismi che compongono l’Unione Europea ammonta a 2770 miliardi, quasi il triplo rispetto agli Stati Uniti, da ripartire tra 27 Stati, la metà dei cugini d’oltreoceano.

Capirete già così, insomma, che lo sforzo che si sta compiendo è imponente, unico al Mondo. E che non si sta lasciando nulla al caso. Sono stati stanziati 37 miliardi per sostenere i sistemi sanitari, per finanziare la ricerca e creare una scorta europea di attrezzature e medicinali. Si è previsto un fondo da 750 miliardi per acquistare titoli di Stato ed evitare, così, speculazioni finanziarie, ed altri 1800 miliardi sono stati destinati dalla Banca Centrale Europea a sostegno delle piccole e medie imprese.

100 miliardi sono stati messi in SURE, la cassa integrazione europea, si è di fatto cancellato il patto di stabilità con il vincolo di spesa al 3% del bilancio ed altri interventi sono in fase di preparazione e arriveranno in Plenaria il 16 e il 17 aprile.

Se proprio sentiamo la necessità di invidiare qualcosa agli Stati Uniti, allora suggerirei il sentimento nazionale, più che le risorse messe in campo per fronteggiare la crisi. Perché loro si sentono americani, prima che californiani, texani o newyorkesi, mentre noi facciamo ancora fatica a sentirci italiani, quando in realtà dovremmo sentirci innanzitutto europei e lottare per difendere con le unghie e con i denti la più grande e prospera democrazia al mondo: l’Unione Europea.

Un ruolo centrale, in questa percezione falsata della realtà, lo ha la propaganda del solito Salvini, che si insinua nelle paure incontrollate delle persone e alimenta questa sensazione di isolamento tutta italiana – perché, è giusto sottolinearlo, nel resto d’Europa le cose vengono percepite in maniera diversa – con una valanga di notizie false che generano ansia, confusione, disorientamento.

Per carità: in politica, come in amore è (quasi) tutto permesso. Però ci sono dei però, e una emergenza di tale portata imporrebbe a tutti uno sforzo di buonsenso e qualche passo indietro, al fine di lasciare al governo – che mai come oggi ci rappresenta davvero tutti, senza distinzioni – la possibilità di lavorare e di prendere decisioni, spesso difficili, con la tranquillità a la serenità che impone il periodo storico.

E il governo, credetemi, sta facendo tutto quanto possibile per uscire da una situazione drammatica, che sta avendo un impatto sulle nostre vite equiparabile a quello di una guerra su scala mondiale. Buoni spesa e sussidi di disoccupazione, sospensione dei mutui e delle tasse, 4 miliardi ai Comuni, sostegno a famiglie, lavorati e imprese.

Tutto questo in Italia, non altrove. E con risorse nostre, da aggiungere a quelle elencate poc’anzi messe in campo dall’Europa, e con la fortuna di vivere in un Paese che ha un sistema sanitario d’eccellenza, che cura tutti, senza chiedere quale sia il reddito dei pazienti.

Ma non è tutto rose e fiori. Lo dicevo all’inizio: alcuni dubbi e alcune perplessità sono legittime. Solo che non riguardano le misure di contrasto al CoVid, che come detto sono più che sufficienti, ma le azioni da mettere in campo per il dopo, per avviare la ricostruzione quando tutto sarà finito.

A oggi in Europa esiste una contrapposizione tra due diversi schieramenti: i paesi che hanno un alto debito pubblico, come Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Belgio, si contrappongono ai paesi che hanno un alto surplus commerciale, come Germania, Olanda, Austria e Svezia. È così da almeno 10 anni, con i primi che chiedono di spendere di più, i secondi di rispettare i vincoli di bilancio europei.

Ed è qui, su questa contrapposizione, che si gioca la partita degli Eurobond. Serviranno molti miliardi, una volta che ci saremo lasciati la pandemia alle spalle, per consentire all’economia europea di ripartire e darle la possibilità di ritornare ai livelli attuali. La posizione dell’Italia, che trova il sostegno di 18 Stati che compongono l’Unione, è che si debba creare uno strumento di condivisione del debito.

Il fondo avrebbe un unico obiettivo: mettere in comune le risorse e i mezzi finanziari per aiutare e coordinare lo stimolo per far ripartire l’economia. Solo che i paesi con un alto surplus commerciale si sono messi di traverso perché temono che questo meccanismo finisca per essere poi usato per una condivisione dei debiti pregressi, quelli fatti prima del CoVid.

Essere ambiziosi, credere nell’Europa, impone allora di sostenere con forza e convinzione la posizione del governo italiano. Vogliamo essere un Continente lacerato da divisioni e egoismi, destinato a passare alla Storia per i suoi fallimenti, oppure avere l’ambizione di rilanciare il progetto europeo, completarlo, renderlo autosufficiente e contribuire a completare la nascita degli Stati Uniti d’Europa, la più grande, forte, solida e prospera nazione al mondo?

Non so voi, ma io, da italiano, da padre, da europarlamentare sposo con convinzione la seconda soluzione.

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