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La blockchain e la pesca, un binomio possibile

Lo scorso dicembre nel mio intervento a Spazio Difesa, il meeting delle principali aziende italiane ed europee collegate all’industria dello spazio, ho sottolineato l’utilità dell’azione combinata del monitoraggio satellitare e della blockchain in settori chiave della nostra economia come agricoltura e pesca.

Parto con questa premessa perché oggi entrambi gli aspetti, quello spaziale, legato allo sviluppo di nuove tecnologie, e quello della diffusione orizzontale e criptata di dati, rappresentano una sfida prioritaria per l’Unione Europea, per la quale occorre un consistente impegno di risorse ed energie.

Sentiamo parlare con sempre maggiore insistenza di Green NewDeal e sarà sempre di più al centro delle riflessioni dei prossimi anni.

È un programma visionario ed ambizioso. Abbattere l’impronta di carbonio significa assicurare una maggiore sostenibilità ambientale del pianeta ed il primo indicatore del suo stato di salute sono il mare ed i suoi abitanti.

Oggi abbiamo la certezza che il Mediterraneo sia tra i mari meno inquinati del mondo, eppure anche da noi il problema delle microplastiche si riflette in maniera significativa sullo stato di salute di pesci, molluschi, crostacei e mammiferi marini.

La tracciabilità del pescato rappresenta senza dubbio un passo in avanti nella tutela delle specie e nella garanzia della qualità dei prodotti che mettiamo in tavola.

Serve tuttavia una visione di più ampio respiro, che tenga conto di alcuni aspetti a mio avviso prioritari, come lo stato di salute delle popolazioni ittiche e la sostenibilità ambientale.

L’Europa ha una legislazione all’avanguardia in materia. Misura delle maglie, pezzature del pescato, fermo biologico sono temi al centro del dibattito che se da un lato si riflettono sull’economia di scala – in questi mesi ad esempio abbiamo assistito alle proteste dei pescatori pugliesi e calabresi, che chiedono maggiore flessibilità – dall’altro assicurano nel medio periodo un incremento significativo della biomassa ed una maggiore disponibilità di risorse.

Al contempo gli accordi di partenariato con i paesi limitrofi del Mediterraneo sono lenti e farraginosi e non sempre questi ultimi rispettano le stesse rigide normative imposte dalla Unione europea, a mio avviso a ragione, agli Stati Membri.

In questo contesto la tracciabilità del pescato rappresenta un valore aggiunto. Non sono un fan delle politiche protezionistiche ma è indubbio che avere la certezza che il pesce che mettiamo in tavola sia pescato nel rispetto delle direttive e delle normative della Ue possa rappresentare un mezzo di pressione importante per imporre a tutte le nazioni che confinino con i mari dell’Unione europea, in particolare il Mediterraneo, il rispetto delle stesse, identiche, stringenti regole.

Il mio non è un vezzo ambientalista ma una semplice presa di coscienza della necessità improrogabile di bilanciare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente per preservare lo stato di salute del pianeta. Quest’anno abbiamo consumato le risorse di un anno il 29 luglio.

Da quel giorno fino al 31 dicembre abbiamo consumato risorse che il pianeta non era più in grado di rigenerare. Capire, insomma, che serve uno sforzo enorme e collettivo per porre un rimedio. Servono anche soldi, certo. Tanti soldi. Ed anche in questo l’Unione Europea non si sta facendo trovare impreparata.

La prossima programmazione Feamp ha una dotazione di poco superiore ai 6 miliardi. Di questi, quasi 1 miliardo sarà destinato all’Italia, che ha la più grande flotta del Mediterraneo e la responsabilità di guidare il cambiamento, come sta facendo con iniziative come quella di oggi.

Dobbiamo però darci una mossa, ed iniziare non solo ad utilizzare i fondi a disposizione, che sono tantissimi, ma a farlo nel modo giusto.

Il mondo del mare, come quello della pesca, è complesso e composto da mille sfaccettature.

Impegniamoci, facciamolo insieme. Ne va del futuro delle prossime generazioni.

 

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