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Atlantia, una panoramica

I vertici della compagnia Atlantia hanno manifestato al vice presidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis, il loro disappunto nei confronti delle modifiche introdotte dal decreto Milleproroghe, approvato nel dicembre 2019.

Tra queste, alcune sono risultate particolarmente svantaggiose per la compagnia, in quanto hanno legittimato il Governo a “ridurre drammaticamente” la compensazione, di circa 23 miliardi, riconosciuta al gruppo in caso di revoca anticipata dal contratto di Autostrade per l’Italia. Ulteriore perplessità è stata manifestata anche nei confronti del cambiamento del meccanismo utilizzato per stabilire i pedaggi autostradali, il che stando alla posizione della compagnia, violerebbe le regole europee vigenti nell’ambito del libero mercato.

Ulteriori accuse vengono mosse direttamente al Governo, colpevole di voler forzare la vendita della sua quota di maggioranza in Autostrade a CDP “ad un valore ridotto creando un danno significativo a migliaia di investitori italiani e stranieri“. Già nel 2006, il Ministro delle Infrastrutture Di Pietro tentò di modificare le concessioni autostradali in modo unilaterale, scatenando l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea, con una lettera di messa in mora nei confronti dell’Italia, ribadendo l’impossibilità di modifica dei contratti senza un accordo delle parti, nemmeno se uno dei due contraenti è lo Stato. Prodi, l’allora Presidente del Consiglio, intervenne cercando di dimostrare alla Commissione che in realtà il Governo era intenzionato a cercare un accordo con i concessionari autostradali, senza forzatura alcuna.

Nel maggio 2008, l’allora Commissario UE Charlie McCreevy, scrisse una lettera di sollecito al Presidente del Consiglio italiano, incitandolo a trovare una soluzione per chiudere la procedura di infrazione. Tale soluzione fece in modo che le convenzioni entrassero rapidamente in vigore, concretizzando il presupposto della non modificabilità, in via unilaterale, da parte dello Stato concedente, del regime tariffario per tutta la durata della concessione. Quello che al momento lamenta la compagnia è proprio questo eventuale ritorno alla modifica unilaterale, che riproporrebbe una questione già affrontata anni fa.

Oggi, ad oltre dieci anni di distanza, la questione della revoca ritorna sul tavolo. La compagnia, secondo i piani concessori, prevede di investire oltre 10,5 miliardi in infrastrutture territoriali, che in caso di revoca per legge delle concessioni, non potrebbero essere più finanziati con capitali privati o riaffidati in concessione, senza contare le migliaia di posti di lavoro che sarebbero a serio rischio.  Queste sono le principali motivazioni addotte da Atlantia, che ovviamente favorirebbero un’interlocuzione più moderata.

Considerando un processo giudiziario ancora in corso, ad oggi non vi sono comprovate responsabilità degli scriventi. Mi sono limitato ad analizzare le motivazioni che Atlantia pone a propria difesa. Ovviamente il tutto va valutato all’ interno del gioco di equilibri in seno al Governo, che vede l’ala oltranzista dei M5S puntare i piedi, nonché al fenomeno mediatico e traumatico scaturito dal crollo del ponte di Genova.

 

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