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Eolico offshore, un’opportunità che va gestita con attenzione

Come già detto altre volte, credo che in tema di pale eoliche offshore, la nostra posizione debba essere prudente. Lo dico perché esistono delle differenze morfologiche tra i mari che bagnano l’Europa e questo ci impone l’adozione di approcci diversi.
Nessuno vuol negare la centralità delle energie rinnovabili, la loro importanza fondamentale per le ricadute ambientali, per l’occupazione e l’economia, per l’indipendenza energetica. Serve però un approccio che definirei olistico, perché altrimenti, nel caso del Mediterraneo in particolare, gli impatti ambientali rischierebbero di essere superiori ai benefici.
In uno studio dell’Università di Atene, si sottolineano proprio le conseguenze negative dell’eolico offshore nel Mediterraneo. A pagarne il prezzo più alto sarebbe il suo ecosistema. Non dimentichiamo, infatti, che la
biodiversità del Mediterraneo è così ampia e variegata da non poter essere paragonata a nessun altro mare al mondo.
Ricadute però ci sarebbero anche sul turismo, sui trasporti marittimi, sul paesaggio. Il Mediterraneo è un mare tutto sommato piccolo, che non garantisce gli spazi necessari alla creazione di windfarms. Piuttosto, suggerisco un approccio diverso, testato con successo nel porto di Napoli. Si tratta di quello che viene definito “Sistema OBREC”, che converte in energia il moto ondoso. Viene realizzato in prossimità delle scogliere, si integra con l’ecosistema ed ha un impatto ambientale 0, garantendo comunque un’efficiente fornitura energetica e la salvaguardia del nostro mare.

Nella definizione dell’INI Report sull’impatto delle pale eoliche sulla pesca, di cui sono relatore ombra, ho insistito molto su questi punti ed anche su un altro aspetto, a mio avviso centrale: in nessun caso gli impianti eolici offshore andranno installati nelle aree marine protette senza l’autorizzazione delle autorità competenti. Comprendo la necessità di non restringere ulteriormente le aree di pesca, soprattutto alla piccola pesca artigianale, ma per farlo non possiamo andare ad intaccare quelli che sono i luoghi simbolo della nostra comune lotta alla salvaguardia del mare. Oltretutto, si finirebbe per generare un impatto negativo sulle economie delle comunità che utilizzano le aree marine protette come elemento di atrazione.

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