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Afghanistan, che ne sarà di donne e bambine?

Il mese di agosto è stato caratterizzato dall’eco di una notizia che, in breve tempo, ha fatto il giro del mondo: i talebani hanno preso la capitale dell’Afghanistan, Kabul. Il governo precedentemente in carica è stato cacciato, con l’imposizione di una nuova autorità e della nascita di un Emirato, nonostante gli inutili tentativi dell’ex presidente Ashraf Ghani di formare un governo di transizione.

Dal 15 agosto, le emittenti televisive trasmettono quelle che sono le immagini di una disfatta. Non solo a livello politico. La tensione è alta e un silenzio preoccupante arriva da Kabul, ci sono troppe domande senza risposta. Che fine faranno donne e bambine?

Fino ad oggi, le donne afghane sono state libere di studiare, di scegliere di non indossare il burqa. Cosa succederà adesso? Nonostante i talebani vogliano dare un’immagine diversa di sé stessi, mostrandosi comprensivi e dichiarando di non voler in alcun modo punire eventuali collaborazionisti internazionali, è difficile credere che non ricorreranno ad un’interpretazione massimalista del Corano nei confronti delle donne, spesso adottata dai radicalisti islamici. Un portavoce dei talebani, ha affermato che non è nei piani dell’emirato vittimizzare le donne. Secondo quanto previsto dalla Sharia, dovrebbero essere nelle strutture di governo, garantendo loro un ruolo nell’istruzione, nella sanità. Eppure è difficile credere a queste parole.

L’Europa dovrà restare coesa e dare un segnale forte. Non è il momento di dividersi. Il nostro compito è quello di lavorare per una mediazione, per garantire il rispetto assoluto dei diritti umani, dei diritti di donne e uomini. Non sono ancora arrivate risposte alle nostre domande. Tuttavia, non dobbiamo smettere di sperare in un futuro migliore, dobbiamo combattere per l’uguaglianza.

Mi viene in mente l’esempio di Zarifa Ghafari, sindaca di Maidan Shahr e attivista per le donne, sfuggita a sei tentativi di assassinio da parte dei talebani. Ha dovuto lasciare il suo paese per tutelare la sua famiglia, portando con sé un pugno di sabbia, nella speranza di poterlo riconsegnare alla sua terra prima possibile: “La mia voce ha un potere che nessuna pistola ha” ha affermato più volte la sindaca. Che forza indescrivibile. La stessa forza che hanno mostrato le donne afghane, scese in piazza a protestare a costo della vita, per qualcosa che temono di perdere, che non vogliono perdere: la libertà.

 

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